In Italia le aziende che producono medical device sono quasi 4 mila, di cui il 43% opera nel biomedicale. Numerose le start-up, attive soprattutto nella diagnostica avanzata.

No sguardo sui produttori di medical device. A fornirlo è Assobiomedica, la Federazione di Confindustria che rappresenta le quasi 4 mila imprese italiane attive nel settore dei dispositivi. Tra queste ultime, il 51,4% sono imprese di produzione, il 44% di distribuzione e il 4,6% di servizi. Secondo il rapporto su Produzione, ricerca e innovazione nel settore dei dispositivi medici in Italia del 2016, a cura del Centro studi Assobiomedica in collaborazione con il Centro Europa Ricerche, operano per il 43% nel comparto biomedicale, per il 15% nel biomedicale strumentale, per il 12,5% nella diagnostica in vitro, per il 9% nel comparto borderline (prodotti che non appartengono con chiarezza a un determinato settore, pur rientrando nella definizione di dispositivo), per l’8% nell’elettromedicale diagnostico, per il 7% nelle attrezzature tecniche, per il 5,5% nei servizi, software e altro. Le start-up, ovvero le imprese innovative molto “giovani” (età media sei anni) che, non avendo ancora sviluppato tutti i processi organizzativi necessari per stare sul mercato, sono alla ricerca di partner industriali e finanziari, sono attualmente 349, di cui il 58% è concentrato in quattro regioni, Lombardia, Emilia-Romagna, Piemonte e Toscana. Risultano attive nei comparti della diagnostica avanzata (35%), dell’oncologia (10%), del cardiovascolare (8%), della nutraceutica (8%), della medicina degenerativa (7%). «La diversità in termini di prodotti e di tipologia di azienda è la nostra ricchezza e la nostra forza, e noi non la vogliamo disperdere», sottolinea Massimiliano Boggetti, presidente di Assobiomedica. «Per questo è necessario dare un nuovo impulso di sviluppo al mercato dei dispositivi, nel quale l’Italia si colloca al quarto posto, dopo Germania, Francia, Gran Bretagna, e per farlo bisogna puntare sulla collaborazione fra impresa e centri di ricerca e sul rapporto fra medico e industria, che non va demonizzato e che risulta fondamentale nel processo di ideazione e ottimizzazione dell’innovazione».

Ed è proprio quest’ultima uno dei punti di forza del settore, sulla quale le imprese investono maggiormente (circa 1,1 miliardi di euro, il 7% del fatturato). «Il settore dei dispositivi è quello che, più di qualsiasi altro in sanità, produce innovazioni tecnologiche per prevenzione, diagnosi, cura e trattamento di ogni patologia oggi conosciuta», afferma Boggetti. «Attualmente la nostra spinta innovativa ci ha portati a utilizzare anche le scienze più avanzate, come ad esempio la robotica, la chimica dei nuovi materiali, i big data che derivano dai dispositivi indossabili, e molto altro ancora. Da un mix di competenze così ampio si è sviluppato un tessuto imprenditoriale variegato e specializzato dove le piccole aziende convivono con i grandi gruppi». A proposito dell’annosa questione delle risorse a disposizione, Boggetti non ha dubbi: «Il problema va risolto ripensando alle modalità di public procurement, basandole non più sola- mente su economie di scala, ma su un più ampio concetto di valore per il sistema, in cui innovazione e benessere di lungo termine per il cittadino si possono accompagnare a un virtuoso governo della spesa».

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