Nel corso di laurea, piano di studi aggiornato ma anche esubero di laureati. Nella scuola di specializzazione, positivi riassetti ma assenza di contratti. Ecco una fotografia del percorso formativo di questi camici bianchi.

Molto è stato fatto, tanto resta ancora da fare. È questo, in sintesi, lo stato dell’arte del percorso formativo che chi aspira alla professione di farmacista deve intraprendere.

 

FARMACISTA DEVE INTRAPRENDERE

Alcuni importanti passi avanti sono stati compiuti rispetto alla situazione allarmante fotografata da Frammenti una decina di anni fa, nel numero 4 di dicembre 2007, nel dossier intitolato Sos Formazione, dove si riportavano programmi obsoleti, pochissima pratica e preparazione carente. La novità più rilevante riguarda il rinnovamento del piano di studi del corso di laurea in Farmacia (si veda in proposito l’articolo successivo a pagina 14), proposto nel 2016 dalla conferenza dei direttori di dipartimento di Farmacia (ex conferenza dei presidi) e, da quest’anno accademico 2017-2018, in fase di recepimento da parte delle università italiane. Lo scopo è preparare i futuri farmacisti ad affrontare le sfide che riserva la professione di oggi, inserendo nell’offerta formativa nuovi insegnamenti relativi alla cosiddetta «farmacia dei servizi» (scienze dell’alimentazione, biochimica applicata medica, per pendibili più specificatamente in ambito ospedaliero, come la farmacovigilanza, la farmacoeconomia, i meccanismi d’azione dei farmaci biotecnologici. L’altra buona notizia riguarda i frutti dei due riassetti della scuola di specializzazione in Farmacia ospedaliera, il decreto ministeriale 258 del 2005 e il decreto interministeriale 68 del 2015, che hanno apportato modifiche sostanziali sul fronte dell’acquisizione di competenze più pratiche e cliniche da parte degli specializzandi. Ma, accanto a questi cambiamenti positivi, permangono alcune criticità, parte delle quali nel tempo si sono addirittura complicate, come il mancato conseguimento dei contratti di formazione ministeriali per gli specializzandi in Farmacia ospedaliera. Infine, nuovi problemi si stanno affacciando sulla formazione dell’aspirante farmacista. Tra questi, il più recente, e quello che desta maggiori preoccupazioni, è, dati alla mano, un’eccedenza di laureati a fronte di un numero sempre più esiguo di posti di lavoro. Una situazione che sta determinando un aumento costante dei giovani farmacisti che decidono di andare a lavorare all’estero.

IMPENNATA DEI LAUREATI IN DIECI ANNI

La laurea in Farmacia e quella in Chimica e tecnologia farmaceutiche (Ctf), afferenti alla classe di farmacia e farmacia industriale (Lm-13, 14/S) sono tra i pochi corsi di laurea a ciclo unico (insieme a Medicina e chirurgia, Odontoiatria, Veterinaria, Architettura, Scienze della formazione e, dopo un periodo di laurea 3+2, anche Giurisprudenza), cioè che non rientrano nella cosiddetta riforma Gelmini (legge 240 del 2010), che ha convertito la maggior parte dei corsi di laurea della durata complessiva di quattro o cinque anni in una laurea triennale a cui far eventualmente seguire una biennale specialistica (magistrale). In Italia, è bene ricordarlo, Farmacia e Chimica e tecnologia farmaceutiche sono corsi a numero programmato e non chiuso: ciò significa che ogni università gestisce le iscrizioni autonomamente, e non su indicazione ministeriale, basandosi sul numero di docenti a disposizione (generalmente, uno studente ogni cinque docenti). Tuttavia, essendo il numero di posti disponibili sempre ampiamente superato dalla domanda, tutte le università prevedono un test di ingresso. Si tratta, infatti, di corsi di laurea che da sempre esercitano una forte attrattiva sui neo-diplomati (il numero di richieste è in media tra le due volte e mezzo e le tre volte superiore ai posti disponibili), anche perché tradizionalmente chi riesce a laurearsi (circa la metà degli 8.500 ragazzi che si iscrivono al primo anno) può contare su tassi di occupazione molto alti, tempi di attesa tra laurea e prima occupazione molto bassi, incidenza di contratti a tempo indeterminato nettamente superiore alla media. Questo, almeno, stando ai dati della XIX Indagine sulla condizione occupazionale dei laureati, diffusi in occasione del convegno Università e skill nella seconda fase della globalizzazione, tenutosi all’Università di Parma il 16 maggio 2017 e organizzato da Almalaurea, il consorzio che monitora i percorsi di studio degli studenti e analizza le caratteristiche e le performance dei laureati, riportando annualmente la condizione occupazionale di questi ultimi a uno, tre e cinque anni dal conseguimento del titolo di studio. L’anno di indagine è il 2016 e quelli di laurea il 2011, il 2013 e il 2015. Tra le cifre che emergono dal rapporto, significativo è il numero in costante crescita dei laureati in Farmacia e in Chimica e tecnologia farmaceutiche: 3.927 nel 2011, 4.738 nel 2013, 5.376 nel 2015. Una cifra che, confrontando i risultati delle scorse indagini, si è quintuplicato in dieci anni (nel 2006 i laureati erano 1.066). A un anno dal titolo lavora il 55,1% dei laureati, percentuale che sale al 77,1% a tre anni e all’80,9% dopo cinque anni. In cifre assolute, i laureati che hanno trovato lavoro a un anno dal titolo risultano 2.407, mentre sono 2.616 quelli a tre anni e 2.169 quelli a cinque. Un quadro cui corrisponde un tasso di occupazione, calcolato sulla base della definizione Istat, pari al 72,7% a un anno dalla laurea, a 86,7% a tre anni, all’87,2% a cinque anni dal titolo. I dati sul tasso di disoccupazione, allineati con quelli di occupazione, scendono per i laureati da un anno e da tre anni, fermandosi al 17% contro il 19,6% dello scorso anno per i primi e al 7,1% (contro il 9,4% di un anno fa) per i secondi, mentre fanno registrare un significativo peggioramento per i laureati da cinque anni, salendo al 7,4% (era il 5,6% nell’indagine precedente). A non lavorare e a essere in cerca di lavoro è il 28,4% dei laureati a un anno, il 10,9% a tre anni, il 9,6% a cinque anni. Il settore in cui è impiegato chi ha ricevuto la corona dall’alloro è principalmente quello privato, in netta maggioranza rispetto al pubblico, con un 91,7% dei laureati a un anno, 94,4% a tre e 93,5% a cinque anni. Nello specifico, trova occupazione nell’industria il 14% dei neo-laureati, il 14,4% dei laureati nel 2013 e il 15,7% di chi ha conseguito la laurea nel 2011. Una piccola percentuale di farmacisti (0,8% a un anno, 0,3% a tre e a cinque anni) lavora invece nel settore non profit. La maggior parte dei laureati a tre e a cinque anni è assunta a tempo indeterminato, con una quota del 30,5% per i farmacisti a un anno dal titolo, del 53,1% a tre e del 69,2% per i laureati nel 2011, mentre hanno un lavoro autonomo il 6% dei laureati a un anno, il 7,6% a tre e l’11,8% a cinque anni. Ad avere contratti “formativi” sono rispettivamente il 17,3%, il 12,9% e il 2,2%, mentre i contratti non standard (apprendistati, part-time, collaborazioni occasionali, contratti di somministrazione o a chiamata) riguardano il 39,2% dei laureati da un anno, ma scendono al 23,1% per quelli a tre anni e al 13,7% per i laureati da cinque anni. Davvero bassa, stando ai dati, la tempistica di ingresso nel mercato del lavoro di chi si è laureato da un anno in Farmacia e Chimica e tecnologia farmaceutiche: il tempo medio che intercorre tra l’inizio della ricerca e la prima occupazione è di 3,6 mesi, che aumenta a 5,9 mesi per chi si è laureato da tre anni e a 6,3 mesi per i laureati nel 2011.

IL FABBISOGNO DI FARMACISTI DIMINUISCE

Ma c’è un dato che stride, e molto, con le percentuali appena evidenziate, che farebbero pensare al lavoro del farmacista come un porto sicuro a cui approdare. Si tratta del risultato emerso da un nuovo tavolo di concertazione tra Istat, Regioni, ministero della Salute, enti previdenziali, ministero dell’Istruzione, avviato sperimentalmente nel 2016 nell’ambito del progetto europeo Health workforce planning and forecasting e finalizzato a definire una metodologia di calcolo per prevedere il fabbisogno di professionisti sanitari e il fabbisogno formativo delle professioni sanitarie (in base al quale viene definito il numero di studenti ammissibili nelle varie università, almeno per quelle che hanno il numero chiuso). Nella seduta del 25 maggio 2017, la conferenza Stato-Regioni ha sancito l’accordo per la determinazione del fabbisogno di sanitari per l’anno accademico 2017-2018, quantificandolo, per la professione di farmacista, in 448 unità. Una vera e propria doccia fredda, visto che, rispetto all’anno precedente, in cui il fabbisogno formativo era stato stimato intorno alle 1.269 unità, il valore definito per il nuovo anno è praticamente dimezzato. La novità del documento, rispetto a quelli redatti negli scorsi anni, è che la previsione non si limita all’anno accademico successivo, ma si amplia fino ad analizzare domanda, offerta, fabbisogni nei 15-20 anni a venire, calcolati in base a vari parametri: rapporto tra domanda e offerta, epidemiologia, demografia, cambiamenti nelle modalità di erogazione dei servizi sanitari, quantità di professionisti attivi sul mercato del lavoro e loro turnover. Questo, si legge nel documento, «per identificare la capacità di assorbimento del mercato del lavoro, quantificare eventuali carenze o eccedenze future e quindi porre in essere le azioni opportune per prevenire gli squilibri tra domanda e offerta, salvaguardando la sostenibilità economica del sistema nel suo complesso, garantendo ai cittadini la qualità dei servizi erogabili e assicurando le corrette e opportune condizioni di lavoro e occupazione. Le previsioni di domanda e offerta abbracciano un orizzonte non inferiore ai venti o venticinque anni, a seconda della durata del percorso formativo universitario». Il dato del 2017 sui farmacisti è il risultato di una mediazione tra la richiesta delle Regioni portata al tavolo ministeriale, che era pari a circa 800, e quella proveniente dalla professione, in particolare dalla Federazione degli ordini dei farmacisti italiani (Fofi), che, preoccupata per il futuro occupazionale dei professionisti che rappresenta, risultava pari a zero. «Ogni anno si registrano circa 4.700 nuovi laureati», sottolinea Andrea Mandelli, presidente di Fofi, «dei quali circa 4mila chiedono di essere iscritti all’albo per poter esercitare la professione. Tuttavia, essendo il reale fabbisogno di circa 1.300 professionisti, si calcola che nell’arco di un ventennio ci saranno circa 50mila disoccupati, che andranno ad aggiungersi ai 13mila farmacisti che già oggi risultano privi di occupazione. Inoltre, la Federazione pone l’attenzione sull’età media (circa 43,9 anni) dei farmacisti, molto bassa rispetto alle altre professioni, quindi con poche fuoriuscite dal sistema nei prossimi dieci anni. Considerato che le cifre riportate nell’accordo confermano l’esubero dei laureati in farmacia, la Federazione si è attivata presso le opportune sedi istituzionali sollecitando l’adozione di misure, come il numero chiuso a livello nazionale, volte a scongiurare un ulteriore aumento, nell’immediato futuro, di farmacisti disoccupati». Considerazioni, queste, alla luce delle quali sarebbe forse opportuno interpretare con maggiore attenzione un altro dato dell’indagine Almalaurea, che a prima vista potrebbe sfuggire: sono sempre più numerosi i giovani che, dopo il conseguimento del titolo, scelgono di andare a lavorare all’estero. In costante aumento, il 3,3% dei laureati nel 2015, il 3,5% dei dottori del 2013 e il 4,2% di chi si è laureato nel 2011 hanno lasciato l’Italia per cercare fortuna altrove. Un andamento che attesta come stia aumentando l’orientamento a cercare occupazione fuori dai confini nazionali, molto probabilmente per l’impossibilità a trovare un lavoro nel mercato domestico. Non dimentichiamo, infine, che, a causa della crisi, iniziata nel 2008 e di cui ancora si avvertono i postumi, molti laureati in Chimica e tecnologia farmaceutiche, che prima trovavano lavoro negli ambiti della ricerca, della progettazione e dello sviluppo del farmaco, si sono riversati su occupazioni tradizionalmente riservate ai laureati in Farmacia.

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