Una ferita che si infetta dopo un intervento comporta gravi danni alla salute del paziente, oltre a una spesa aggiuntiva per il servizio sanitario. Come consiglia anche l’Organizzazione mondiale della sanità, meglio quindi giocare d’anticipo, puntando sulla prevenzione.

Definite dall’Europea Centre for disease presention and control come “Infezioni post operatorie che si verificano entro 30 giorni da una procedura chirurgica o entro 90 giorni in caso di impianto permanente di dispositivo”, le infezioni del sito chirurgico, che costituiscono circa il 16% delle infezioni ospedaliere, generano complicanze spesso severe per i pazienti. È stato, infatti, calcolato che i malati che le contraggono risultano cinque volte più soggetti al rischio di riospedalizzazione, due volte più esposti al rischio di degenza in un’unità di terapia intensiva, due volte più esposti al rischio di morte. Di rilievo anche l’impatto economico sui servizi sanitari, valutato in numerosi studi internazionali condotti in Stati Uniti, Canada, Australia e, in Europa, in Francia, Germania, Regno Unito, che hanno evidenziato come questo tipo di infezioni comporti dei rilevanti costi aggiuntivi. Per quanto riguarda l’Italia, lo studio Developing a model for analysis the extra costs associated with surgical site infections: an orthopaedic and traumatological study run by the Gaetano Pini Orthopaedic Institute, realizzato dai ricercatori dell’Istituto ortopedico Gaetano Pini di Milano e pubblicato nel giugno 2015 su Antimicrobial resistance & infection control, ha analizzato i costi extra conseguenti alle infezioni del sito chirurgico in ortopedia e traumatologia, arrivando alla conclusione che il costo medio aggiuntivo è di 9.560 euro per evento, con un esborso massimo di 32 mila euro. Un’altra ricerca, Burden economico delle infezioni ospedaliere in Italia, realizzata da Francesco Saverio Mennini, professore di Economia sanitaria all’Università Tor Vergata di Roma e direttore del Centro per la valutazione economica e Hta, che ha analizzato sei interventi (diverticolite, appendicite, colecistite, calcolosi della colecistite, ernia, laparocele), ha evidenziato un aumento della degenza pari in media a 12 giornate (range 6-16) e stimato un incremento del costo medio per singolo ricovero compreso tra i 4mila e i 9mila euro. «Il problema delle infezioni del sito chirurgico continua a essere molto rilevante», commenta Marco Scatizzi, direttore del dipartimento di Chirurgia dell’Azienda Usl 4 di Prato, «anche se il rischio di contrarle dipende anche dal tipo di intervento: più quest’ultimo è sporco, maggiore è la probabilità che si sviluppi un’infezione. Per quanto riguarda i pazienti, i più a rischio sono quelli oncologici, obesi, diabetici, ipertesi o quelli sottoposti a chirurgia d’urgenza, che non sono quindi stati sottoposti a una profilassi».

LAVAGGIO DELLE MANI E USO APPROPRIATO DEGLI ANTIBIOTICI
A fronte di queste gravi conseguenze, una buona notizia c’è: le infezioni chirurgiche ospedaliere sono evitabili fino al 30% dei casi. Come? «È innanzitutto necessario applicare le ormai consuete norme di asepsi, come il lavaggio accurato delle mani, la sterilizzazione dei ferri chirurgici, un buon controllo degli impianti di aerazione delle sale operatorie, uso appropriato degli antibiotici», spiega Luigi Aprea, direttore sanitario del Policlinico Paolo Giaccone di Palermo. «In tal senso è molto importante l’attività del Comitato delle infezioni ospedaliere, che ha il compito di elaborare studi di prevalenza e linee guida sulla profilassi pre-operatoria e sulle regole comportamentali da osservare. Del resto, anche l’innovazione tecnologica contribuisce a ridurre il rischio di infezioni, grazie allo sviluppo di tecniche chirurgiche sempre più mini-invasive, che comportano un minore traumatismo per il paziente».

FILI AL TRICLOSAN CONTRO I BATTERI
Tra i fattori determinanti per il buon esito di un intervento, c’è la sutura chirurgica che, ricucendo i margini della ferita, ne facilita la cicatrizzazione e quindi la guarigione. D’altra parte, il filo utilizzato rappresenta comunque un corpo estraneo, che potrebbe aumentare il rischio di contaminazione batterica. «In alcuni tipi di operazioni si usa un numero davvero notevole di fili», spiega Gabriele Sganga, professore associato di chirurgia all’Università Cattolica del Sacro Cuore, Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli di Roma. «Maggiore è la quantità, più elevata è la possibilità che a ridosso dei fili si possano creare dei piccoli granulomi. Per questo, la prima regola da rispettare per un chirurgo è operare con la miglior tecnica e precisione possibili in modo da evitare la formazione di ematomi e versamenti, dove facilmente proliferano i batteri. Un altro aspetto importante di cui tenere conto è il tipo di sutura da utilizzare. Ritengo che la migliore sia quella monofilamento, che ha una superficie più liscia, con meno probabilità di infiltrazione e migrazione batterica negli interstizi, quando si può fare a meno dei fili intrecciati, che hanno il vantaggio di essere più forti, flessibili e facili da manipolare».

Molto utili per tenere alla larga le infezioni sono le suture antibatteriche. «Si tratta di fili impregnati di un potente antisettico, il triclosan, che distrugge le membrane cellulari dei batteri ed è attivo anche su miceti, micobatteri, spore», sostiene Sganga. «La sua efficacia è stata dimostrata da vari studi scientifici e metanalisi, anche se occorre ricordare che questo dispositivo non deve sostituire le abituali pratiche di precauzione e profilassi, ma costituisce un valore aggiunto a tutte le precedenti misure preventive». Sulla stessa linea Maria Barbato, dirigente farmacista dell’Azienda ospedaliera Cardarelli di Napoli: «Indubbiamente le suture antibatteriche non rappresentano l’unica azione preventiva, per questo continuo a sostenere che, prima di impiegarle, sarebbe necessario rispettare tutte le norme di prevenzione. Molti sostengono che l’utilizzo di una sutura antibatterica può, a fronte di un costo maggiore rispetto a quella tradizionale, garantire un risparmio al Servizio sanitario nazionale, in quanto limita il rischio di infezioni. Compito dei chirurghi è valutare dove le suture con antibatterico servono di più, perché esistono suture senza antibatterico di elevata qualità che, con l’utilizzo di una buona tecnica operatoria e di un’adeguata profilassi, possono garantire comunque ottimi risultati». Tutte le regole di prevenzione, inclusa quella che riguarda l’uso delle suture antibatteriche, sono state ribadite dall’Organizzazione mondiale della sanità, che il 3 novembre del 2016 ha pubblicato su The Lancet infectious diseases le Global guidelines for the prevention of surgical site infection, un elenco di 29 raccomandazioni (13 per il periodo che precede l’intervento e 16 per la prevenzione delle infezioni durante e dopo l’operazione), stilate dai venti maggiori esperti mondiali sul tema e frutto di 27 revisioni sistematiche condotte tra il 2013 e il 2015. Anche altri documenti, come The centers for disease control and prevention updated guideline, pubblicato nel 2017, hanno sostenuto la validità delle indicazioni, compresa quella che concerne le suture.

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