Approvato nel novembre del 2017, il documento di indirizzo ha l’obiettivo di ridurre le infezioni da germi resistenti e l’impiego degli antibiotici. Ma la sua attuazione sta avvenendo con ritardo, con gravi, anzi gravissimi, rischi per la salute.

C’è il bimbo nato prematuro lo scorso dicembre agli spedali civili di Brescia, che muore per una grave infezione sistemica. E la bambina di quattro anni che decede all’ospedale Santa Chiara di Trento, probabilmente a causa di una siringa infetta. Ancora, la donna di Padova ricoverata per versamento pleurico, che ha una sepsi a cui non sopravvive; l’uomo operato per un tumore al colon che viene contagiato dall’Acinetobacter; l’anziano di Vicenza che perde l’autosufficienza per l’infezione scatenata da una protesi impiantata al ginocchio; il paziente piemontese stroncato dallo shock settico provocato dalla ferita chirurgica. Storie di cronaca quotidiana, che raccontano di come i super batteri stiano diventando sempre più temibili. Quasi invincibili. E le cifre lo confermano, descrivendo uno scenario tutt’altro che roseo.

DATI ALLARMANTI
I dati riferiti al 2017 dell’Organizzazione mondiale della sanità e del Centro europeo per il controllo delle malattie infettive evidenziano, infatti, ben 671.689 infezioni resistenti, cui sono attribuibili 33.110 decessi. Di questo passo, nel 2050 le infezioni costituiranno la prima causa di morte, rischiando di compromettere la fruibilità di procedure mediche avanzate, come i trapianti di organi e tessuti, le terapie immunosoppressive, l’impianto di protesi. Un allarme rosso che riguarda in primis la salute, ma che ha anche un rilevante impatto economico, visto che, sempre tra circa trent’anni, è atteso un esborso pari a 3,5 miliardi di dollari all’anno, con un costo cumulativo di 120 trilioni di dollari. Secondo la Banca mondiale, le ripercussioni potrebbero essere addirittura peggiori di quelle della crisi finanziaria del 2008: i Paesi a basso reddito potrebbero subire una riduzione del Pil di oltre cinque punti percentuali, quelli a medio reddito del 4,4% e quelli industrializzati del 3,1%. In Italia la situazione è particolarmente critica. Secondo l’Istituto superiore di sanità, infatti, ogni anno, su nove milioni di ricoverati in ospedale, si riscontrano da 450mila a 700mila infezioni (circa 5-8% dei pazienti). In dieci anni, tra il 2007 e il 2017, i casi nei reparti medici sono passati da 6,9 a 12,4 ogni 100mila dimissioni con un aumento del 79%, mentre quelli nei reparti chirurgici da 144,59 a 233,1 ogni 100mila, con un incremento del 61,2%. Le infezioni colpiscono nell’80% dei casi le vie urinarie, le vie aeree, i tessuti molli, il sangue e sono più frequenti nei bambini, negli anziani sopra i 70 anni e in caso di tumori, diabete, bronchiti croniche, cardiopatie, insufficienza renale, traumi, ustioni, trapianto di organi. Tra i batteri più pericolosi, si annoverano Escherichia coli, Klebsiella pneumoniae, Pseudomonas aeruginosa, Acinetobacter, Staphylococcus aureus, Streptococcus pneumoniae, Enterococcus faecalis, Enterococcus faecium.

PNCAR, UN APPROCCIO ONE HEALTH
In questo scenario apocalittico, degno del film Armageddon, il nostro Paese, dopo un iter durato due anni e mezzo, ha approvato, il 2 novembre del 2017, con un’intesa tra Governo, Regioni, Province autonome di Trento e Bolzano, il Piano nazionale di contrasto dell’antimicrobico-resistenza (Pncar) 2017-2020, un documento di indirizzo a livello nazionale, regionale, locale. Il protocollo, redatto da un’apposita commissione formata da rappresentanti di ministero, Agenzia italiana del farmaco (Aifa), Istituto superiore di sanità (Iss), Regioni, società scientifiche, ha due obiettivi dichiarati: ridurre le infezioni da microrganismi resistenti, attraverso un uso corretto degli antibiotici, da realizzare grazie a programmi di antimicrobial stewardship, e controllare le infezioni correlate all’assistenza. «Il documento mira a concretizzare un’azione coordinata e multidisciplinare per mantenere un approccio compatibile con le iniziative internazionali, potenziare le iniziative in atto, uniformare le attività a livello nazionale, trasferire le buone pratiche locali in ambito nazionale, coinvolgere tutti gli stakeholder, inclusi i cittadini», riassume Massimo Galli, professore ordinario di Malattie infettive all’Università degli studi di Milano, direttore della divisione clinicizzata di Malattie infettive all’Azienda ospedaliera – Polo universitario Luigi Sacco di Milano, oltre che presidente della Società italiana di malattie infettive e tropicali (Simit). Dato che le medesime classi di antibiotici sono usate in ambiti differenti e che i batteri non conoscono barriere, la “filosofia” del Piano è one health, un approccio globale mirato a coinvolgere tutti i settori, ovvero umano, veterinario, alimentare, agricolo, ambientale.
In concreto, il documento è costituito da 77 pagine, articolate in una introduzione e in otto sezioni, che sono: Gli obiettivi della strategia nazionale, Governo della strategia nazionale di contrasto dell’antimicrobico-resistenza, Sorveglianza per monitorare il fenomeno dell’antimicrobico-resistenza e l’efficacia delle azioni intraprese, Prevenzione e controllo delle infezioni da microrganismi resistenti, Uso corretto degli antibiotici, Comunicazione e informazione, Formazione, Ricerca e innovazione. In ciascuna sezione sono indicati: premessa, stato dell’arte, obiettivi (generali, a breve termine, a lungo termine), azioni (a livello nazionale e a livello regionale), indicatori (a livello nazionale e a livello regionale). In particolare, le azioni devono concretizzarsi in precisi indicatori da raggiungere entro il 2020, ovvero: riduzione del 10% del consumo di antibiotici sistemici sul territorio, di fluorochinoloni sia sul territorio che in ospedale, della prevalenza di Staphylococcus aureus meticillino-resistente e di Enterobatteri produttori di carbapenemasi; diminuzione del 5% del consumo di antibiotici in ospedale; sorveglianza dell’antibiotico-resistenza e del consumo di soluzione alcolica nei nosocomi di tutte le regioni.

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