Nata nel 2012 a Torino, l’azienda ospedaliero universitaria Città della salute assomma in sé quattro ospedali, mentre la nuova Asl Città di Torino, sorta nel 2017, unifica le Asl To1 e To2. Ma per il farmacista Francesco Cattel «meglio piccoli ospedali in rete, che facilitano la presa in carico del paziente».

L’ultima ipotesi di riassetto della sanità piemontese in ordine di tempo risale allo scorso gennaio, quando la giunta regionale ha approvato la proposta di deliberazione che riguarda l’accorpamento tra azienda ospedaliera e Asl di Alessandria, all’interno di un più ampio quadro di programmazione che include la nascita di [email protected], una nuova azienda sanitaria, in aggiunta a quelle esistenti, ma con funzioni diverse. Di fatto, quest’ultima dovrebbe riportare sotto il controllo della Regione una serie di funzioni oggi in capo alle Asl, dalla logistica al servizio 118, dagli acquisti alle forniture, dall’informatica alla gestione del patrimonio immobiliare, fino alla predisposizione di gare, con l’obiettivo di diminuire la frammentazione, razionalizzare i servizi, puntare su economie di gestione. In altri termini, liberare risorse da reinvestire in altri settori della sanità.

L’UNIFICAZIONE NON È UN PROCESSO NOTARILE

Il progetto, che ha provocato una levata di scudi da parte di politici, sindacati, cittadini, farebbe seguito all’accorpamento delle Asl To1 e To2 nella nuova Asl Città di Torino, costituita con decreto del presidente della Giunta regionale 94 del 13 dicembre 2016 e attiva dal 1° gennaio 2017, sulla quale gravitano circa 900mila abitanti. «L’unificazione non va gestita come un processo notarile, ma come un’occasione per creare valore nelle attività assistenziali e operative», ha pubblicamente dichiarato il direttore generale Valerio Alberti, «uniformando i servizi su standard più elevati; garantendo maggiore efficienza gestionale in particolare su sedi territoriali, orari di apertura, centralizzazione e specializzazione del front office; prevedendo uniformità di procedure e percorsi assistenziali, soprattutto nelle aree di geriatria, non autosufficienza, disabilità, continuità assistenziale».

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