Frammenti N°44. Editoriale di Luigi Giuliani

già direttore del dipartimento di Farmacia clinica e farmacologia
dell’Azienda ospedaliera Maggiore della carità, Novara;
libero professionista consulente farmacista della Regione Piemonte

Con un sorriso penso al detto «la tua libertà di muovere la mano termina là dove comincia il mio naso». In realtà è molto complesso, spesso contradditorio e anacronistico, riflettere, in generale, sul rispetto della libertà del singolo nel contesto delle esigenze della comunità, ma lo è ancor di più nell’ambito della sanità, dove l’intreccio etico, umano, economico, sociale, politico, religioso può risultare inestricabile se portato sul piano dei principi ineludibili, travalicando la realtà che reclama equilibri e compromessi. Traggo lo spunto da una riflessione articolata da Ivan Cavicchi, esperto di politiche sanitarie e di problemi filosofici della medicina, e pubblicata su Quotidiano Sanità il 21 dicembre 2017, con il titolo Ma come fa un medico cattolico a porre obiezione di coscienza contro il malato che soffre e quindi contro il consenso informato?. Nell’articolo si parlava di vaccini sottolineando che la legge ha reso obbligatori, eccependo all’imperativo del consenso informato, anche quelli che producono solo un beneficio individuale (ad esempio, il vaccino antitetanico) senza produrre nessun automatico vantaggio collettivo. Così argomenta Cavicchi: «Per questi vaccini, ora che abbiamo la legge sul consenso informato, sarebbe coerente revocare l’obbligatorietà ingiustificata e sottoporli al consenso informato come qualsiasi altro trattamento sanitario.

Oggi, dopo questa legge, non ha più senso riconoscere la libertà del cittadino di interrompere i trattamenti che lo tengono in vita e non riconoscergli la libertà di decidere volontariamente la profilassi di certe malattie contagiose». Parole assolutamente consequenziali.

Però… la prevenzione non è un concetto riferito al singolo individuo, ma al “sistema salute” e quindi alla collettività: se il muratore sul cantiere non vuole indossare il casco protettivo perché gli dà fastidio, esiste una norma che glielo impone e punisce il responsabile della sicurezza che non è intervenuto. Eppure il danno potenziale può ricadere solo sul singolo, non sul sistema edilizio o sugli altri muratori.

Però… seguendo il ragionamento di principio ineludibile, non permeato da equilibri e compromessi della realtà, si dovrebbero affrontare tutte le vertigini di equità, universalismo e libertà collegate all’obbligatorietà dell’aderenza alle terapie e agli stili di vita: puoi avere le statine, ma se non le assumi come prescritto non potranno più essere a carico del Servizio sanitario nazionale, come pure se continui a fumare per te i farmaci per la broncopneumopatia cronica ostruttiva non saranno gratuiti e così via. Ma siamo sicuri che sia questo il significato del Servizio sanitario nazionale?

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