Alcune hanno fatto uno scatto in avanti anticipando gli obiettivi del Piano, altre ci stanno lavorando, altre ancora sono il fanalino di coda. Ecco le esperienze di Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Campania, Sicilia.

Il piano nazionale di contrasto dell’antimicrobico-resistenza (Pncar) prevede un forte coinvolgimento delle regioni e delle province autonome. In particolare, il documento ha chiesto alle regioni, entro sei mesi dall’approvazione, di:

• istituire un Gruppo tecnico di coordinamento e monitoraggio del Piano e della strategia di contrasto dell’antimicrobico-resistenza a livello regionale, che includa i referenti delle varie componenti operative (per il contrasto e la sorveglianza dell’antimicrobico-resistenza, per la sorveglianza delle infezioni correlate all’assistenza, per il monitoraggio dell’uso e della spesa degli antibiotici, per il confronto tra Regioni e la condivisione delle buone pratiche);

• nominare un microbiologo come riferimento tecnico regionale per la rete dell’antibiotico-resistenza dell’Istituto superiore di sanità;

• identificare laboratori regionali o interregionali aderenti alla rete stessa.

Inoltre, le Regioni si sono impegnate a produrre entro il 2020 un Documento regionale annuale di individuazione delle azioni efficaci a contrastare i problemi rilevati, che verrà trasmesso all’istituzione centrale per la condivisione delle esperienze. Insomma, sulla carta il Piano si presenta come un protocollo che declina in modo chiaro e dettagliato le linee strategiche da mettere in atto a livello regionale, riconoscendo il ruolo prezioso delle realtà locali nella lotta all’antimicrobico-resistenza. A distanza di un anno e mezzo, l’attuazione delle linee d’indirizzo appare, però, ancora disomogenea, a “macchia di leopardo”, e molto condizionata dalle preesistenti normative regionali in materia (anche per via della differente epidemiologia delle resistenze da regione a regione). Per avere un’idea di come è stato recepito il Pncar a livello regionale, abbiamo raccolto, da Nord a Sud, le esperienze di quattro regioni (Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Campania, Sicilia), che testimoniano l’importanza di un approccio al tema il più possibile coordinato, condiviso, armonizzato.

FRIULI VENEZIA GIULIA

Il Friuli Venezia Giulia è tradizionalmente una regione molto attenta all’uso prudente degli antimicrobici e in particolare degli antibiotici. Già dal 2014 è presente un programma di antimicrobial stewardship, che riguarda l’adozione di azioni coordinate atte a garantire a ciascun paziente l’antibiotico più adeguato al giusto dosaggio e per la durata necessaria, prevenendo il più possibile l’impiego eccessivo e inappropriato e consentendo in tal modo di contenere lo sviluppo di resistenze batteriche. «Con l’approvazione del Piano nazionale di contrasto dell’antimicrobico-resistenza, il Friuli Venezia Giulia non ha fatto altro che implementare azioni già in corso», spiega Federico Pea, professore associato di Farmacologia clinica del Dipartimento di Area medica dell’Università di Udine e dirigente medico responsabile della terapia antimicrobica all’Istituto di Farmacologia clinica del Presidio ospedaliero-universitario Santa Maria della Misericordia dell’Azienda sanitaria universitaria integrata di Udine. «In Italia ci sono alcune regioni che si sono già dimostrate più sensibili al tema, e sono impegnate ormai da anni su questo fronte. L’auspicio è che la condivisione dei dati raccolti e dei protocolli sperimentati in queste regioni possa contribuire a implementare le raccomandazioni del Piano a livello nazionale, considerando che questa battaglia va combattuta insieme». Le azioni di antimicrobial stewardship messe in atto dal Friuli Venezia Giulia hanno l’obiettivo di fornire ai medici strumenti di supporto per una prescrizione appropriata degli antibiotici e si basano sui seguenti elementi:
• una politica di contenimento dell’uso di specifiche classi di antibiotici sulla base delle peculiari caratteristiche di resistenza riscontrate nei ceppi batterici isolati in regione (principalmente, fluorochinoloni e cefalosporine di terza generazione);
• una rete di esperti di antimicrobial stewardship individuati all’interno di ogni ente del Servizio sanitario regionale e Casa di cura privata accreditata convenzionata;
• un registro regionale delle resistenze batteriche, in cui confluiscono i dati di sensibilità e resistenza dei ceppi batterici raccolti nei singoli centri, che è stato standardizzato e che viene condiviso dai vari laboratori di microbiologia clinica della regione;
• un report annuale sul consumo, sia ospedaliero che territoriale, degli antibiotici, espresso attraverso lo standard internazionale della defined daily dose («un documento importante, perché permette di monitorare l’appropriatezza e di stabilire il trend di utilizzo, che è risultato inferiore rispetto alla media nazionale e che si va progressivamente riducendo», spiega Pea);
• protocolli di gestione precoce della sepsi attraverso documenti condivisi per il riconoscimento e il trattamento;
• linee regionali di indirizzo terapeutico per le patologie infettive a eziologia batterica riscontrate con maggiore frequenza (infezioni delle vie urinarie, polmoniti, infezioni della cute e dei tessuti molli);
• controllo del consumo di antibiotici in ambito veterinario.
• «Per sostenere queste iniziative è necessario affrontare il problema con un approccio il più possibile multidisciplinare», sottolinea Pea.
• «Infatti, il programma è coordinato da un team regionale che include diverse figure professionali, tra cui infettivologi, farmacologi, microbiologi, epidemiologi, igienisti, internisti, esperti di terapia intensiva, farmacisti, medici di medicina generale, odontoiatri, data manager, direttori di distretto, veterinari. L’obiettivo è quello di lavorare sinergicamente per consentire l’attuazione del modello one health, in base al quale salute umana e animale sono strettamente correlate». Ma anche il coinvolgimento dei cittadini è importante. Per favorirlo sono stati prodotti dai professionisti sanitari dei documenti informativi, come gli opuscoli Usare gli antibiotici in modo corretto, Le vaccinazioni nell’adulto, Il modello one health in Friuli Venezia Giulia: professionisti e cittadini alleati contro l’antibiotico-resistenza, che sono stati poi condivisi con le associazioni di cittadini che collaborano con la Rete cure sicure del Friuli Venezia Giulia.

EMILIA ROMAGNA

L’Emilia Romagna è una delle regioni portate come esempio dal Piano nazionale di contrasto e sulle infezioni del sito chirurgico; azioni di informazione verso la popolazione e di formazione verso i professionisti; un programma dedicato all’appropriatezza in ambito pediatrico, che ha portato a una riduzione, dal 2009 al 2017, di circa il 40% delle prescrizioni di antibiotici sistemici. Con la deliberazione della Giunta regionale numero 318 del 25 marzo 2013 intitolata Linee di indirizzo alle Aziende per la gestione del rischio infettivo: infezioni correlate all’assistenza e uso responsabile di antibiotici, l’Emilia è stata la prima regione in Italia a emanare una legge regionale che impone la nomina di figure di riferimento e l’istituzione di nuclei per l’antimicrobial stewardship control, esattamente come viene richiesto oggi dal Pncar a tutte le Regioni. «Per l’Emilia Romagna non è stato difficile mettere in atto le indicazioni contenute nel Piano, dal momento che si trattava, per la maggior parte, di azioni già dell’antimicrobico-resistenza, per via, si legge nel documento, della «sua esperienza nello sviluppo e nella sperimentazione nel corso degli anni di strumenti innovativi per la sorveglianza e il controllo delle infezioni correlate all’assistenza e dell’antimicrobico-resistenza, mutuati dalle migliori esperienze internazionali su questo tema, ottenendo risultati positivi per la salute dei cittadini». In effetti, l’Emilia Romagna è impegnata su questo fronte da quasi vent’anni, con la costruzione di un sistema di monitoraggio dedicato al consumo di antibiotici; un sistema di sorveglianza sull’antibiotico-resistenza (in particolare, dal 2011, un programma specifico sul controllo degli Enterobatteri produttori di carbapenemasi, a tutt’oggi tra i principali microrganismi multiresistenti agli antibiotici) previste nei programmi regionali di lotta all’antimicrobico-resistenza», commenta Pierluigi Viale, professore ordinario di Malattie infettive all’Università di Bologna e direttore dell’unità operativa complessa di Malattie infettive al Policlinico Sant’Orsola Malpighi di Bologna. «Tuttavia, vedere le indicazioni riconosciute e formalizzate in un documento nazionale è stato un incentivo per andare avanti nella direzione intrapresa. Data l’urgenza e la drammaticità del tema, il prossimo passo dovrebbe essere, a mio avviso, l’approvazione di una legge dello Stato sulla materia, che preveda anche dei fondi dedicati, in modo che le indicazioni del Piano vengano implementate anche nelle regioni che non le hanno ancora recepite».

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