Professione, evoluzione, punti fermi Ancora un po’ dispiaciuto, lo ammetto, per non essere riuscito a organizzare ad Assisi una edizione del congresso nazionale Sifo, mi è stato chiesto di proporre una breve riflessione in vista del prossimo appuntamento di Napoli. Sifo è oggi la sigla più nota e diffusa (è un fatto!) che possa rappresentare una figura, quella del farmacista del Servizio sanitario nazionale, fortemente sollecitata dai cambiamenti che attraversano e disgregano i processi di cura nel nostro Paese. È sufficiente pensare a quanto rapidamente si siano evolute le terapie per le malattie a elevato bisogno medico, pochi anni fa incurabili, per immaginare quanto sforzo, capacità, applicazione e adattamento abbia dovuto compiere il farmacista per mantenere un ruolo centrale in tutti i processi di valutazione, acquisizione, gestione, somministrazione che coinvolgono farmaci e dispositivi medici. Puro spirito di sopravvivenza!

L’evoluzione delle cure, sollecitata da nuove tecnologie, si complica ulteriormente in ragione di almeno due tendenze, rispetto alle quali c’è poco da ragionare e tanto da agire: il cambiamento dell’approccio verso gli operatori sanitari da parte dei pazienti (sempre più social) e la cronica scarsità di risorse economiche disponibili. Un tormentone che da anni è all’origine di un frustrante conflitto – in cui spesso il farmacista, nel mezzo, è tirato per la giacca da industria e direzione aziendale – tra necessità di cura ed elevato costo delle tecnologie.

Questo sfondo caratterizzerà il congresso nazionale che, come tutti gli anni, sarà una buona occasione per cercare soluzioni, interazioni e alleanze. Un punto di svolta? Forse troppo. Certamente un momento di sintesi prezioso su cui far leva per proseguire questa corsa (o forse rincorsa), finalizzata a mettere i malati nelle condizioni di curarsi al meglio, e in tutto il Paese. Ecco, per fare un compendio tra professione, evoluzione e punti fermi, partirei proprio, alla rovescia, dall’unico punto fermo: la centralità del paziente e, di conseguenza, della figura del farmacista clinico. Molto si è scritto e qualcosa si è fatto per sottolineare la dimensione “clinica” che dovrebbe caratterizzare il farmacista ospedaliero e dell’Asl: è giunto forse il momento di prendere queste esperienze per trasformarle in ogni contesto (pur adattate) in standard di azione. Dal punto fermo si passa all’evoluzione, che si deve affrontare aggiornando le conoscenze e valorizzando le competenze. Con apertura, interazione e alleanze con altre figure professionali. Impossibile da soli. Lungo questa strada il resto, ovvero il riconoscimento della professione e del ruolo, dovrebbe venire di conseguenza come risultato di un consenso “di sistema” piuttosto che di una rivendicazione di un gruppo isolato di professionisti. Seguirò il congresso, come al solito, con molta attenzione alla ricerca di questi elementi e parteciperò attivamente dando il mio contributo.

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